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Il terribile cinquecento

  • Una notte, mentre le popolazioni dell'Elba orientale erano immerse nel sonno, dopo una dura giornata in miniera, una flotta turca si accingeva a sbarcare sulla spiaggia di Rio.

Il terribile cinquecento

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Una notte, mentre le popolazioni dell'Elba orientale erano immerse nel sonno, dopo una dura giornata in miniera, una flotta turca si accingeva a sbarcare sulla spiaggia di Rio. Fu subito assaltato il paese collinare, cogliendolo alla sprovvista, e avviate razzie e violenze. Il vicino villaggio di Grassera, svegliatosi bruscamente, si mise sugli scudi, con parte della popolazione trasferita, con le poche ricchezze possedute, al vicino forte del Giogo. Ma ciò non servì a nulla: la debole resistenza fu spazzata via dagli assatanati pirati, gli abitanti portati in ceppi alle navi nemiche, e il villaggio raso al suolo. Gli altri elbani, avvertiti della tragedia, corsero a dar manforte ai conterranei; ma quando i primi ad arrivare, i capoliveresi, si prepararono alla battaglia, ormai tutto si era compiuto. Questa vicenda potrebbe essersi svolta in qualunque epoca, dato che all'Elba gli sbarchi corsari furono una costante per secoli, con il loro carico di morte, devastazione e violenza. In realtà è avvenuta nel 1534 e ha una particolarità: l'isola per la prima volta fece la conoscenza con uno dei più temuti e famosi comandanti musulmani della storia, Khair Ad-din, meglio conosciuto in Italia come Barbarossa. Da quel momento Grassera cessò praticamente di esistere, e questo fu quasi il presagio che per l'isola iniziava il periodo più tremendo della sua storia. Se Barbarossa, alleatosi con i francesi di Francesco I, faceva paura persino al potente re di Spagna Carlo V, figurarsi con quale timore lo considerasse il debole principato di Piombino, retto da Jacopo V.

Una valutazione di ciò si ha dieci anni dopo la prima scorreria all'Elba. Nel 1543 Barbarossa gettò le ancore nella rada di Mola, avanzando a Jacopo l'ordine di restituirgli un giovinetto che gli stava a cuore, accolto dalla corte appianea dopo essere stato liberato nell'assedio di Tunisi. Il principe prese tempo, e nell'immediato la strategia sembrò pagare. Ma quando nel luglio dell'anno dopo Barbarossa, fermatosi nella rada di Ferraia, tornò ad avanzare le sue richieste, Jacopo, mal consigliato, rifiutò recisamente. Fu un errore gravissimo: il comandante turco ordinò l'attacco all'Elba. Il forte di Luceri fu spazzato via per sempre e Capoliveri fu messa a ferro e fuoco. Solo il castello del Volterraio, non smentendo la sua fama di imprendibilità, riuscì ad arginare gli scatenati assedianti. Ma il prezzo pagato fu decisamente enorme, e Jacopo si risolse a restituire il giovane al pirata, che lo accolse con ogni onore.

Anche questo episodio mostrò l'inadeguatezza del principato di Piombino nella difesa dei suoi territori, la sua impossibilità di darsi un apparato militare moderno ed efficiente. L'Elba, e quindi uno dei centri strategici del Tirreno, era alla totale mercè delle flotte ottomane. In questo drammatico quadro riuscì a ritagliarsi lo spazio con abilità e spregiudicatezza un giovane, Cosimo de' Medici. Divenuto in breve duca di Toscana, in 37 anni di governo portò il suo stato a giocare un ruolo chiave nell'assetto geopolitico italiano e in alcuni casi europeo. Tra le sue mosse vi fu quella di inglobare il principato di Piombino, convincendo Carlo V della debolezza del governo appianeo, soprattutto per quanto riguardava la sicurezza interna. Facendo leva su questo, Cosimo ebbe di fatto in affidamento il piccolo stato, ne rafforzò le fortificazioni, ma principalmente realizzò il suo capolavoro strategico: la fondazione della piazzaforte di Portoferraio, nel 1548. Per essa radunò i migliori ingegni italiani in architettura militare, come Bellucci, Camerini, Buontalenti; seguì costantemente i lavori, recandovisi anche di persona; e la volle così fortemente da chiamarla Cosmopoli.

La sua forza poggiava su tre capisaldi, il forte Falcone, il forte Stella e la torre della Linguella, raccordati da bastioni e cortine a cingere tutto il promontorio e la darsena. Particolarmente rafforzato fu il versante di terra, con la costruzione di un fronte d'attacco bastionato di possente consistenza. All'interno del perimetro furono costruite caserme, cisterne, mulini e quant'altro servisse a una guarnigione autosufficiente. Ma il progetto di Cosimo non era solo prettamente militare: Cosmopoli doveva anche essere un centro vitale. Concesse dunque larghe franchigie ai civili che volevano stabilirvisi, e favorì un tessuto economico e sociale di prim'ordine.

La prova del fuoco per la piazzaforte non si fece attendere. Nel frattempo la situazione italiana era in piena evoluzione: sul futuro di Siena si giocò uno scontro molto aspro tra gli eterni rivali Carlo V e Francesco I, il primo spalleggiato dall'emergente potenza medicea, e il secondo sempre più legato in un abbraccio diabolico con gli ottomani. Il durissimo assedio alla città toscana si fece sentire anche all'Elba, in particolar modo adesso che l'isola era diventata un caposaldo di Cosimo. Una flotta congiunta franco-turca si presentò nell'agosto 1553 al largo dell'Elba con il chiaro obiettivo di espugnare Portoferraio.

Questa volta a capo della flotta del sultano non c'era Barbarossa, morto nel 1546, ma il suo degno allievo e luogotenente Dragut. Sbarcati sull'isola i pirati assaltarono Capoliveri, devastandola. I riesi riuscirono a fuggire nel forte del Giogo, ma furono posti in catene per un non chiaro sotterfugio imbastito da Dragut per farsi aprire le porte del castello. Anche la parte occidentale dell'Elba fu pesantemente assaltata. A nulla valsero invece i tentativi di far cadere Portoferraio. Soprattutto i francesi masticarono amaro per la valida resistenza opposta dalla guarnigione toscana. E per questo che nel 1555 fu intentata una nuova incursione. Ma il risultato fu lo stesso: l'isola messa a ferro e fuoco dagli indiavolati corsari, e i suoi abitanti lasciati, come si suol dire, senza neanche occhi per piangere; ma con Portoferraio orgogliosamente inviolata.

Per fortuna il trattato di Cateau Cambrsis, del 1559, stemperò gli animi delle due superpotenze di allora, e si aprì un periodo meno convulso. Intanto la vedova Appiani, Elena Salviati, e l'erede al principato Jacopo VI avevano intuito la vera strategia di Cosimo: impossessarsi del principato, mascherando l'operazione sotto le spoglie di un intervento difensivo. La costruzione di Cosmopoli costituì la certezza del sospetto. Per questo fecero valere le loro rimostranze a Carlo V. Anche l'imperatore aveva qualche riserva sulle mire medicee: sebbene Cosimo si dicesse e si dimostrasse un fedele alleato, la sua influenza sul centro Italia era vista con timore. Nello stesso 1548 Carlo aveva accondisceso alle lamentele appianee, riassegnando ai legittimi proprietari Piombino ma non l'Elba. Quattro anni dopo, con l'incalzare del pericolo franco-turco, aveva nuovamente rimesso in mano il principato a Cosimo. Nel 1557, a minaccia scongiurata, il nuovo re di Spagna Filippo II, che condivideva gli stessi timori e diffidenze del padre nei confronti dei Medici, consegnò in via definitiva il principato di Piombino a Jacopo VI, lasciando a Cosimo la sola Portoferraio con due miglia di terra intorno. Fallita l'annessione dell'isola, i Medici, con il figlio di Cosimo, Francesco I, si consolarono con l'appalto delle sue miniere per 90 anni, a canone annuo di 13 mila ducati.

Nel mentre il governo toscano prosperava, portandosi a rimorchio la vitale Portoferraio e probabilmente in maniera indiretta anche la parte mineraria dell'Elba, Piombino visse una crisi durissima. Succeduto a Jacopo VI, Alessandro I cercò di arginare le mire medicee sul suo stato, soprattutto per quanto riguardava la difesa, che ancora una volta mostrò tutte le sue crepe. Ma principalmente la situazione precipitò quando il principe rimase vittima di una oscura congiura, che rischi di mettere la parola fine all'indipendenza dello stato: gli spagnoli non persero occasione per sfruttare la situazione e occupare Piombino. Ferdinando I Medici, subodorando una losca mossa di Madrid per impossessarsi del principato e danneggiare gli interessi toscani, fece un'energica protesta a Filippo II. Tutto si risolse con la restaurazione degli Appiani, sotto il principe Jacopo VII, ma ciò lasci intuire la strategia spagnola nell'alto Tirreno.

Se il trattato di Cateau Cambrsis aveva tolto di mezzo i nemici francesi dallo scacchiere italiano, la Spagna si ritrovò con la zeppa toscana a tagliare in due il loro dominio sulla Penisola. Un impero a macchia di leopardo imponeva sforzi di controllo e minava la sicurezza nei collegamenti. Nel momento in cui i rapporti con il granducato si facevano tesi, sorse la necessità di avere presidi militari solidi, come punto di appoggio per i traffici marittimi e per bilanciare il peso strategico di due porti fortificati come Portoferraio e Livorno. già nel trattato di Londra del 29 maggio 1557, tra Filippo II e Jacopo VI, con il quale l'Appiani veniva reinvestito come reggente legittimo di Piombino e la Spagna si impegnava a difendere il piccolo principato, il re spagnolo aveva fatto apporre una clausola sibillina: si premuniva di fortificare quando ciò parre un porto elbano. Questo e i fatti di Piombino, fecero capire chiaramente che l'influenza diretta della Spagna verso un punto fondamentale nel controllo del Tirreno quale rappresentava l'Elba si sarebbe concretizzata da l a poco.

Per saperne di più:

  • G. RACHELI è Le isole del ferro, 1978, Mursia
  • G. VANAGOLLI Turchi e barbareschi all'Elba nel Cinquecento, 1997, Le opere e i giorni
  • G. NINCI Storia dell'isola d'Elba, 1898, Tip. Forni
  • V.VADI Porto Azzurro Nascita, vita e vicende, 1986
  • S. LAMBARDI Memorie antiche e moderne dell'isola d'Elba, 1791

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