Isola d'Elba Fetovaia Isola d'Elba Innamorata Isola d'Elba Paolina Isola d'Elba Sansone Isola d'Elba Scoglietto Isola d'Elba Marciana

La rivoluzione elbana

  • Il 3 settembre 1815 l'Elba fu annessa alla Toscana, in forza di un decreto, ma in pratica era da almeno un mese sotto il controllo delle autorità granducali.

La rivoluzione elbana

Veduta aerea Portoferraio

Nel mentre la Francia di fine XVIII secolo era scossa è da una rivoluzione di portata epocale che faceva tremare l'Europa intera, all'Elba le cose scorrevano con il ritmo di sempre. Certo qualche voce arrivava, portata soprattutto dai marinai dei paesi rivieraschi, ma ancora una volta gli eventi internazionali erano distanti anni luce dai problemi degli isolani: epidemie, raccolti andati persi, beghe per il bestiame che invadeva i campi altrui. Anche alcuni eventi legati allo stato di cose in Francia (l'arrivo a Portoferraio di una nave di realisti scampati alle violenze, nel 1794, o il gruppo di monaci francesi in fuga dal Terrore che soggiornò alla Madonna delle Grazie di Capoliveri) furono forse visti con curiosità, ma nella sostanziale indifferenza. La stessa indifferenza dovette prevalere in campo politico: il giacobinismo all'Elba attrasse uno sparuto gruppo di persone, più che altro tra la borghesia colta di Portoferraio. Gli altri isolani probabilmente più che lealisti convinti erano sospettosi delle nuove idee.

Ancora una volta l'evento fu di portata talmente vasta che l'Elba non poté sottrarsi alla sua sfera. Il primo assaggio si ebbe nel 1796. Napoleone era calato in Italia, su ordine del Direttorio, e, giunto in Toscana, si accinse a occupare i porti di Livorno e Portoferraio. Impadronitosi del primo, fu per anticipato dagli inglesi di Nelson, che dalla Corsica avevano fatto vela sulla piazza elbana. Fu questa la prima volta che gli avvenimenti mettevano di fronte Napoleone e Nelson. Anche le altre opere difensive dell'isola, esclusa Longone, furono presidiate, e batterie nacquero in punti strategici a guardia delle coste. Fu anche riattato il forte mediceo di San Giovanni Battista, distrutto dai suoi stessi costruttori una settantina d'anni prima, che da allora prender il nome di Forte Inglese. L'occupazione britannica durò meno di un anno, poiché nel 1797 Ferdinando III protestò energicamente con Parigi e Londra per la violazione della neutralità del suo stato.

Ma il peggio per l'Elba arrivò nel 1799. I francesi questa volta scesero in forze per invadere la Penisola. Quando nel marzo furono inviate truppe da Livorno per occupare Portoferraio, la città piombò nel caos: spaccatasi in due partiti, chi voleva accogliere i francesi da liberatori e chi voleva resistere a ogni costo, dopo alcuni episodi anche drammatici, i giacobini portoferraiesi riuscirono ad aprire le porte agli occupanti. Questi adesso potevano concentrarsi sull'altro caposaldo dell'isola: la napoletana Longone. Qui, nonostante una situazione esplosiva all'interno della guarnigione e i limiti dovuti a un lungo blocco, la decisione era decisamente univoca: resistere all'assedio.

I francesi gestirono malissimo l'occupazione: atti come i due cosiddetti sacchi di Capoliveri, sanguinose rappresaglie contro il paese collinare reo di aver interferito nelle operazioni militari, accesero gli animi isolani all'odio e certo stridevano profondamente con gli ideali che i transalpini cercavano di esportare. così quando la situazione arrivò al punto di rottura gli elbani dei paesi occidentali si sollevarono e presero parte attiva alle battaglie. La guarnigione napoletana di Longone capì che rinfocolando il sentimento antifrancese degli elbani è poteva sfruttare una carta vincente. così grazie a questo non solo ruppe l'assedio ma respinse i nemici entro le mura di Portoferraio.

Le cose si rovesciarono: adesso erano i francesi a giocare il ruolo di assediati. Mentre il loro comandante Monserrat rispondeva sprezzantemente alle richieste di resa affermando che non era uso a trattare con galeotti, caprai e contadini, i medesimi conducevano una vera e propria guerriglia, infliggendo pesanti colpi al suo esercito, nonostante fossero male armati ma sfruttando una migliore conoscenza del terreno. A luglio, dopo più di un mese sotto assedio e vista la cattiva piega che stavano prendendo le cose anche nel resto d'Italia, i francesi alzarono bandiera bianca.

Nel 1800 vi fu l'ennesima calata in Italia dei transalpini. Essa culminò nella battaglia di Marengo e nella successiva pace di Luneville (1801). Si ebbe così un riassetto geopolitico italiano: la Toscana e l'Elba furono requisite dalla Francia. Quando i transalpini sbarcarono per prendere possesso dell'isola, Portoferraio, comandata da De Fixon, è un vecchio e tenace combattente deciso a non arrendersi come gli aveva ordinato il granduca Ferdinando III, questa volta sbarrò le porte agli invasori a differenza della napoletana Longone, che invece si rassegnò allo stato di cose. Solo nel 1802, dopo tredici mesi di assedio e solo dietro ordine di Ferdinando, De Fixon si arrese, e l'Elba diventò ufficialmente francese.

Il lato positivo di questo è che dopo due secoli e mezzo l'isola ritrovava la sua unità territoriale. I primi anni l'Elba e Capraia furono aggregate direttamente alla Francia e inserite nella diocesi di Ajaccio. L'Elba fu divisa in sei mairie (municipalità: Portoferraio, Portolongone, Marciana, Rio, Campo e Capoliveri). Il potere centrale era retto da un commissario generale. Successivamente l'isola pass sotto il ricostituito principato di Piombino prima (1805) e l'altrettanto risorto granducato di Toscana (1807), entrambi alla guida della sorella di Napoleone, Elisa. Questi stati erano solo nominalmente indipendenti, essendo comunque parte integrante dell'impero francese.

Nonostante la comprensibile tensione che animava gli elbani nel trovarsi sotto il giogo straniero, non si può dire che il periodo francese sia stato negativo. Le nuove autorità dovettero scontrarsi con una realtà sociale da secoli frammentata, con i due settori economici principali, l'agricoltura e l'estrattivo, portati avanti con metodi arcaici, dei servizi di base da ricostruire se non addirittura da creare ex novo. Con s portarono un apparato burocratico e tasse sconosciuti agli isolani, ma cercarono di applicarli in modo non troppo traumatico. Portarono la coscrizione militare obbligatoria, che tolse molte braccia dai campi, ma tentarono un rilancio dell'agricoltura.

In campo economico i francesi profusero energie per cercare di sollevare soprattutto l'agricoltura dallo stato comatoso in cui versava. La produzione vitivinicola, già ben avviata, fu spinta al massimo con ottimi risultati, e divenne, insieme all'industria estrattiva, l'unico export significativo dell'isola. Anche le miniere furono incentivate con miglioramenti soprattutto infrastrutturali, e i benefici si fecero sentire tanto che Rio Marina, da minuscolo borgo, accrebbe in maniera esponenziale in pochi anni e divenne la capitale economica dell'Elba. Su buoni livelli furono anche la produzione di sale marino e la pesca (soprattutto dei tonni). Se l'impresa di rilanciare i settori produttivi riuscì solo parzialmente fu anche a causa del blocco economico che l'Inghilterra aveva imposto alla Francia e che si ripercosse inevitabilmente sull'Elba. Tuttavia l'isola fu esentata dai diritti doganali e fu favorita la creazione di una flotta mercantile di tutto rispetto.

Inoltre fu istituito un tessuto giudiziario moderno: un vero tribunale, un altro di commercio e una corte criminale, e diverse giudicature di pace. Furono aperte scuole pubbliche primarie gratuite (in cui la lingua principale era il francese, essendo l'Elba direttamente agli ordini di Parigi), che misero un freno al pauroso analfabetismo. Fu costruito un nuovo e più moderno ospedale a Portoferraio, e anche il sistema postale fu razionalizzato e centralizzato all'Elba. Un grande impulso fu dato alle opere pubbliche, di cui l'Elba era in pesantissimo ritardo, soprattutto le strade, dato che i collegamenti interni erano praticamente inesistenti: dal Medioevo i paesi elbani erano uniti da vecchie e disagevoli mulattiere. Anche gli scali marittimi furono sfruttati al meglio.

Il 6 aprile 1814, dopo la disastrosa battaglia di Lipsia, Napoleone dovette rassegnarsi ad abdicare. Lo stato di incertezza che seguì si ripercosse anche sull'Elba, dove riesplose l'odio antifrancese che per dieci anni circa era covato sotto la cenere: le guarnigioni erano in subbuglio e la popolazione si dette ad atti a volte dimostrativi, ma in alcuni casi anche violenti, come un assalto al forte Focardo a opera di esagitati longonesi e capoliveresi.

La notizia che Napoleone sarebbe stato esiliato all'Elba arrivò come una saetta sull'isola. Gli animi elbani si rasserenarono solo in parte, in attesa di vedere l'uomo che in poco più di dieci anni aveva retto indirettamente il loro destino. Non c' dubbio che stavolta gli isolani vivessero un'esperienza nuova nella loro storia: per la prima volta un sovrano di grande prestigio li governava stando in mezzo a loro, anziché in capitali quasi sempre lontanissime e sconosciute.

Dopo un'iniziale reciproca diffidenza (Bonaparte giunse il 3 maggio, ma per sicurezza sbarcò il giorno dopo), si stabilì un buon rapporto, non sempre idilliaco (soprattutto con Capoliveri) ma certo molto leale. Il suo governo (l'Elba era formalmente un principato) fu incentrato su una sorta di assolutismo paternalista e illuminato: Napoleone decideva un po' su tutto, dai massimi sistemi (la difesa, la finanza e l'economia del piccolo stato) alle questioni spicciole (come la creazione di una fontana di paese). In molti campi non fece altro che proseguire la strada già aperta sotto il decennio precedente, magari con più energia e dinamismo, anche se in alcuni casi la pianificazione di certe opere ha un che di fortemente innovativo per l'epoca. Alcuni suoi progetti rimasero sulla carta, ma furono ripresi in seguito a dimostrazione della sua lungimiranza. Forse principalmente da questo deriva il feeling con gli isolani: il totale interessamento ai loro problemi e una veloce modernizzazione degli obsoleti apparati.

I dieci mesi più famosi della storia dell'isola si conclusero la notte del 25 febbraio 1815, quando con le ultime disposizioni, salutò i buoni elbani, per avviarsi verso la definitiva caduta.

Per saperne di più:

  • V.MELLINI I francesi all'Elba 1890 Le opere e i giorni
  • G. NINCI Storia dell'isola dell'Elba 1898 Tip. Forni
  • A. CANESTRELLI Elba Un'isola nella storia 1998
  • A. BENVENUTI PAPI Breve storia dell'Elba 1991 Pacini
  • A. GASPARRI Pagine ignorate di storia dell'Elba 2001 Centro studi dell'Elba

Le recensioni di La rivoluzione elbana

Scrivi una recensione

Condividi